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Donna de Paradiso

Donna de Paradiso

fr. Sergio Catalano op
Adriaen Isenbrandt, La Vergine dei sette dolori, 1521.

“Se amate, potete essere feriti e anche uccisi.

Se non amate, siete già morti”.

Fr. Herbert McCabe op

Il venerdì precedente la Domenica delle Palme, la Chiesa dedicava una particolare attenzione alla commemorazione dei dolori della Vergine. Secondo un’antica tradizione, nata nel XIII secolo, in quel giorno a Lei dedicato, Maria era contemplata come l’Addolorata: Colei che partecipa alla missione del Figlio nella sua accezione patiens. La Piena di grazia, infatti, non fu esente dal lavorio della fede; anzi fu proprio il dono di grazia a immetterla nel combattimento, dandole la luce necessaria e la forza sufficiente per affrontarlo.

Secondo i Vangeli, vari sono i momenti in cui Maria patì il travaglio della fede. Essi furono sintetizzati dalla pietà ne “I sette dolori di Maria”, il cui fondamento teologico è l’unione della Vergine a Cristo nell’attuazione del progetto salvifico di Dio. E se Cristo è il «Servo caricato delle nostre sofferenze, colui che si è addossato i nostri dolori» (Is 53, 4), Maria è la «Donna del dolore», come è cantata in certi Uffici liturgici che pongono sulle sue labbra il lamento della Figlia di Sion: «oh voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio» (Lam 1,12). 

Nella modernità, il culto de I sette dolori di Maria assumerà la forma della Via Matris. Accompagnato da una prospettiva mariana, il devoto veniva instradato verso Cristo e il Suo mistero pasquale.

Alla passione e risurrezione di Cristo mirano la I stazione – «Maria accoglie la profezia di Simeone» (Lc 2,34-35) -, in cui risuona una parola di morte e di vita; la II stazione – «Maria fugge in Egitto con Gesù e Giuseppe» (Mt 2,13-20) -, in cui si succedono fuga e ritorno, minaccia mortale e amorosa protezione; la III stazione – «Maria cerca Gesù rimasto a Gerusalemme» (Lc 2,43-48) -, nella quale i tre giorni dello smarrimento richiamano i tre giorni della sepoltura. Appartengono, poi, pienamente al Mistero pasquale la stazione IV – «Maria incontra Gesù sulla via del Calvario» (cfr. Lam 1,12); la V – «Maria sta presso la croce del Figlio» (Gv 19,25); la VI – «Maria accoglie nel suo grembo Gesù deposto dalla croce» (Lc 23,55); e la VII – «Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù» (Lc 23,55).

Il dolore obbliga a riflettere sul mistero della vita e, secondo la Scrittura, rivela la vera identità dell’uomo davanti a Dio e di Dio davanti all’uomo. Il modo in cui Gesù e Maria vivono il dolore diviene, così, l’occasione per ribadire la loro identità.

Di fatto, la risurrezione stessa non fu una rivincita sul male subìto, ma la sconvolgente interpretazione del dolore. Se si fosse trattato di una rivalsa, al mattino di Pasqua Gesù sarebbe andato direttamente da Pilato o dal sommo sacerdote per metterli di fronte alla prova schiacciante della Sua innocenza calpestata e della Sua giustizia colpevolizzata. Ma non è ciò che i Vangeli ci dicono riguardo alla mattina di Pasqua.

Nella prospettiva evangelica, la risurrezione fu il compimento delle promesse, luce sul mistero della sofferenza del giusto, balsamo sul dolore di chi ama, ma soprattutto bagliore per chi era già aperto al mistero oblativo. Come per Maria di Magdala che, la mattina di Pasqua al suono della voce dell’Amato, seppe vedere vivo al sepolcro chi era morto, come in passato, a Betania giungendo a tavola dove era seduto, aveva saputo vedere morto – attraverso il gesto dell’unzione – il suo Rabbi ancora vivo.

In quest’ottica, la risurrezione è l’interpretazione vitale del dolore e non la rivincita sul dolore. Nella vita di Cristo e di Maria, esso fu la conseguenza dell’assunzione salvifica della rottura tra l’uomo e Dio e l’effetto della loro passione redentiva per l’umanità.

La nostra fede crede nella forza della vita oltre la morte, nella vittoria dell’amore sull’odio. La risurrezione di Gesù è la conseguenza divina di chi sa abbandonarsi alla vulnerabilità dell’amore fino alla fine (cfr. Gv 13,1): manifestazione di una fedeltà a sé stessi, rivelazione della fedeltà a Dio.

Il dolore di Maria e di Gesù, allora, ci dice qualcosa sulla vita in Dio; ed è per questo che i bizantini, il venerdì Santo, intonano l’alleluia più bello di tutto l’anno liturgico e i presenti ricevono un fiore per affermare che il seme caduto per terra e morto (cfr. Gv 12,24), … è già vivo, è già vita!

Il titolo cita DONNA DE PARADISO,
nota anche come PIANTO DELLA MADONNA,
LAUDE di JACOPONE DA TODI (XIV sec).
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