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Una bellezza nascosta

Una bellezza nascosta

Erasmo Calcullo
Henri Matisse, Vierge à l'Enfant, 1951.

“A contatto con le opere d’arte,

l’umanità di tutti i tempi aspetta di essere illuminata

sul proprio cammino e sul proprio destino.”

Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 1999

Il carisma dell’Ordine dei predicatori, anche nel Novecento, è riuscito a rendere gloria a Dio attraverso l’arte. Nonostante le grandi difficoltà di intesa tra la cultura laica e il mondo ecclesiale dominante, il padre Louis b. Rayssiguier op e la suora domenicana Jacques-Marie, riuscirono a coinvolgere Henri Matisse, maestro dell’arte contemporanea, nella realizzazione di uno dei capolavori dell’arte sacra del Novecento.
Bene ebbe a dire Dostoevskij affermando che “La bellezza salverà il mondo”. La via Pulchritudinis è uno dei sentieri che, probabilmente oggi più di altri, ci rimette davanti al nostro essere facendolo risplendere grazie alla bellezza dell’agire salvifico di Dio. La Chapelle du Rosaire de Vence ha avuto come scopo proprio questo.
Seppur di dimensioni ridotte, Henri Matisse ebbe la capacità di restituire l’infinito nel finito; uno spazio in cui incrociare il volto del Cristo e provare – come affermò l’artista – «un sentimento di liberazione, di affrancamento, così bene che la mia cappella non è: “Fratelli bisogna morire”. E’, al contrario: “Fratelli bisogna vivere!”». Fu lui il primo a sperimentarlo, arrivando a dire da non credente: Qualcosa esiste sopra di noi … Qualcosa.

In questa cappella, troviamo un grande pannello di maioliche bianche dove è raffigurata la Vergine col Bambino su un campo di fiori stilizzati come nuvole. L’icona in sé è unicum. Se, infatti, cerchiamo altre rappresentazioni della Vergine col Bambino noteremmo che, nella maggior parte dei casi, il bambino si trova sulle ginocchia di Maria oppure abbracciato alla madre. Matisse volle, invece, usare come riferimento un suo ricordo d’infanzia: la Madonna nel gesto di consegnare al mondo il bambino nella postura del Crocifisso.
Al di là della forza espressiva della raffigurazione, la bellezza di quest’opera è nascosta. L’artista, infatti, affermava che «bisognava lasciare il campo libero al sogno dello spettatore». Una suggestione che trova eco nel Vangelo di Giovanni. Nel dialogo dopo la moltiplicazione dei pani, la folla chiede a Gesù: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6, 28-29). Gesù invita a non fermarsi al fatto in quanto tale. Li sprona a non volar basso, a non cercare semplicemente qualcuno che gli dia un po’ di pane da mangiare, ma a fare esperienza di ciò a cui i miracoli rinviano. 
Lo scopo di Matisse era tirare lo spettatore dentro la realtà rappresentata. E se il soggetto era sacro, il risultato non poteva che essere divino. I semplici tratti della silhouette, senza definire i lineamenti di occhi, naso, bocca miravano così all’identificazione di ciascuno con il soggetto al punto da sentirsi coinvolto nella vita di Cristo e in quella di Maria santissima. 

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